In questa rubrica, oltre a consigliarvi film che io ritengo meritevoli di una visione, ho sempre cercato anche di farvi riscoprire i grandi classici. Se dovessi scrivere un articolo su ogni singolo capolavoro della settima arte, è chiaro che non riuscirò mai a farli tutti. Fra questi, però, mi sono reso conto di non aver mai parlato di una pellicola che, soprattutto per i cinefili, è sempre stato più di un semplice must. Mi riferisco ad un film del 1976, per la regia dell’ incommensurabile Martin Scorsese,  ed è “Taxi Driver”.  

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La trama.

Il film è ambientato nella New York del 1975. Il protagonista è Travis Bickle, un ventiseienne reduce della guerra in Vietnam, il quale conduce una vita solitaria. Disadattato e alienato, Travis soffre di insonnia cronica, motivo per cui decide di fare il tassista di notte. Di giorno,  rinchiuso nel suo squallido appartamento, egli scrive un diario e guarda la TV e poi esce per trovare svago nei cinema a luci rosse. Di notte, invece, guida il taxi in una città sporca e piena di gentaccia (spacciatori di droga, assassini, delinquenti ecc) e fa una breve pausa al bar con alcuni dei suoi colleghi, le sue uniche frequentazioni. La monotonia della sua vita e il degrado della società a cui Travis assiste disgustato, porteranno la sua psicosi a farlo diventare uno spietato giustiziere.

Un ritratto oscuro dell’ America.

La pellicola è un cupissimo sguardo a come è cambiata la società americana dopo la guerra in Vietnam. Scorsese, infatti, dipinge una New York sporca, degradante e popolata da una società violenta e corrotta. Travis, il quale soffre ancora di stress post traumatico, risulta quindi una delle vittime più vulnerabili di fronte a questo declino di massa. Egli è senza dubbio disgustato dalla criminalità e dalla perdita dei valori morali, ma quello che gli causa maggior ribrezzo è la totale indifferenza delle persone. 

Esse, oltre ad essere insofferenti di fronte al male della società, sembrano tutti sottomessi dal suo potere alienante. E Travis rimane ancora più sconvolto quando subisce l’ indifferenza anche quando fa una buona azione. Egli, infatti, cerca di aiutare una prostituta di soli 13 anni ad uscire dalle grinfie del suo protettore, ma quest’ ultima rifiuta categoricamente, poiché è una vittima quasi irrecuperabile della società. Ed ecco che Travis cade in un stato sempre più profondo di follia, che lo porterà a reagire in modo violento allo schifo che è costretto a vedere ogni giorno. 

La forma.

“Taxi driver” ha in sé una premessa molto semplice che, però, acquista tutta la sua forza attraverso il potere di immagini molto suggestive. Infatti, Scorsese mette in gioco una regia virtuosa e che presta attenzione ai dettagli. Essa, accompagnata da un montaggio straordinario e una fotografia che rende al meglio quel marciume che pervade New York, risulta veramente impressionante. Queste immagini fanno ancora di più venire i brividi soprattutto se accompagnate dalla cupissima musica di Bernard Hermann. Nel cast compaiono un bravissimo Harvey Keitel e una giovanissima Jodie Foster e soprattutto un magistrale Robert De Niro in uno dei ruoli più iconici da lui mai interpretati. Infatti è mpossibile non citare la celeberrima scena in cui Travis che parla da solo allo specchio dicendo “You talkin’ to me? You talkin’ to me?» (battuta tra l’ altro improvvisata da De Niro)

In conclusione.

“Taxi driver” è uno dei più grandi capolavori della storia della Settima arte. Esso infatti trascende lo status di  semplice cult, poiché è una delle massime espressioni della grande bellezza del Cinema. È un film che nonostante abbia quasi 50 anni, risulta ancora di una potenza visiva allucinante che lo spettatore non può fare altro che ammirare. Se non l’ avete ancora visto, siete obbligati a recuperarlo immediatamente! 

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