Entrando in sala al Far East Film Festival 28 pensavo di trovare in 90 Meters un dramma composto, magari un coming‑of‑age delicato. Invece sono uscito con gli occhi gonfi e un suono che non mi lasciava più: il campanello.

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Quel suono intermittente che scandisce le giornate di Tasuku, il protagonista, e che a un certo punto ho cominciato a sentire sulla mia pelle. Non è solo un espediente sonoro: è il battito di un’esistenza sospesa, il richiamo continuo di una madre che si sta spegnendo, consumata dalla sclerosi laterale amiotrofica, la SLA, e di un figlio che sta cercando, disperatamente, di non perdersi, di trovare una strada.

Misaki, la SLA e una dignità che spezza il fiato

Nakagawa Shun ha vissuto questa storia prima di dirigerla, e si sente. Si sente nell’attenzione maniacale ai dettagli, nella scelta di non spettacolarizzare mai la SLA, di non trasformare Misaki in un simbolo. Kanno Miho le presta un corpo che si fa progressivamente prigione, ma anche una dignità che spezza il fiato: la sua capacità di dire “vai” con uno sguardo quando le parole iniziano a tradirla è una delle cose più strazianti che io abbia visto al cinema negli ultimi anni… sarà che, in un modo diverso, ho vissuto la stessa situazione con mia mamma. Forse sono condizionato. Ma ecco…

90 meters far east film festival 28 feff28 feff madre su letto con assistente domiciliare e figlio in sottofondo

Non avevo mai assistito a una performance così schiacciante, e lo dico con la gola ancora stretta. Non una sola lacrima è versata a caso: ogni suo gesto è trattenuto, sofferto, ma mai patetico. Mi sono ritrovato a singhiozzare, lacrimare, commuovermi piano, quasi senza rendermene conto, mentre Misaki tentava di nascondere al figlio la paura che le mangiava gli occhi, mentre la malattia le sottraeva ogni giorno un po’ di voce, un po’ di movimento, un po’ di sé.

Tasuku, come diventare grandi all’improvviso

E poi c’è Tasuku, Santoki Soma, un ragazzo che ha dovuto diventare grande all’improvviso. Non è un eroe, non è una vittima: è un adolescente che vorrebbe scappare a Tokyo, giocare a basket, fare l’università, innamorarsi. Invece passa le notti in ascolto, teso verso quei novanta metri che separano la sua stanza da quella della madre.

90 meters far east film festival 28 feff28 hero shot

Novanta metri che sono tutto: un confine, una condanna, una dichiarazione d’amore muta. La regia resta incollata alla sua nuca, ai suoi silenzi, e quando Tasuku finalmente crolla, in un momento che non rivelerò, ma che chi ha visto il film riconoscerà, ho sentito la sala intera trattenere il respiro. Non era commozione a buon mercato, era un nodo che si scioglieva dopo quasi due ore di apnea.

Il film evidenzia una certa attenzione circa alla situazione dei caregivers in Giappone…

Quel campanello non chiama solo Tasuku. Chiama un esercito silenzioso di ragazzi come lui, che in Giappone portano un peso di cui fino a pochi anni fa non si conosceva nemmeno la dimensione.

Un esercito invisibile, nascosto tra i banchi di scuola e le mura domestiche, che la società ha cominciato a guardare in faccia solo di recente. È una digressione, lo so, ma parlare di questo film senza allargare lo sguardo al mondo dei young carers giapponesi sarebbe come osservare un albero senza accorgersi della foresta intorno.

I numeri sono più grandi del silenzio che li ha coperti per decenni. Secondo le prime rilevazioni governative su scala nazionale, in Giappone il 6,5% dei bambini di scuola elementare, il 5,7% degli studenti delle medie e il 4,1% degli studenti delle superiori ha dichiarato di occuparsi regolarmente di un familiare bisognoso di cura.

Tradotto in proporzioni: circa un ragazzo su diciassette, in una classe tipo delle scuole medie giapponesi, vive la stessa condizione di Tasuku. Chiamateli young carers: sono adolescenti che accompagnano un genitore in bagno, preparano la cena ai fratelli più piccoli, somministrano medicine, controllano la postura di un corpo che la SLA o un’altra malattia sta lentamente spegnendo. E lo fanno ogni giorno, prima e dopo la scuola, spesso rinunciando a compiti, amicizie, sport. Proprio come Tasuku ha rinunciato al basket. Proprio come Tasuku ha smesso di sognare Tokyo.

La solitudine di chi cura a diciassette anni

Ciò che rende il fenomeno particolarmente doloroso è il muro di invisibilità che lo circonda. La cultura giapponese, con la sua etica stoica e la centralità della famiglia, ha a lungo reso difficile per questi ragazzi riconoscersi come young carers e, ancor meno, chiedere aiuto esterno. La cura è spesso percepita come un’estensione naturale dei doveri familiari, non come un peso che un adolescente non dovrebbe sopportare. Così Tasuku, come migliaia di altri, si ritrova sospeso in una terra di nessuno: troppo giovane per essere un adulto, troppo adulto per permettersi di essere giovane.

90 meters far east film festival 28 feff28 feff figlio e compagna di classe

Il governo giapponese ha avviato una serie di misure per affrontare questa crisi silenziosa: progetti pilota di sostegno in diverse municipalità, campagne di sensibilizzazione, linee guida per le scuole. Nel 2024, per la prima volta, la legge sulla promozione dello sviluppo dei bambini e dei giovani è stata modificata per includere esplicitamente il supporto ai young carers tra gli obblighi dello Stato e degli enti locali.

Nello stesso anno, una riforma più ampia del sistema di congedi per assistenza familiare ha introdotto nuovi obblighi per i datori di lavoro: quando un lavoratore dichiara di dover assistere un familiare, l’azienda è ora tenuta a informarlo individualmente sui supporti disponibili e a verificarne le intenzioni, nel tentativo di arginare le dimissioni forzate per motivi di cura, fenomeno tristemente noto come kaigo rishoku. Ma le leggi, si sa, arrivano sempre dopo le persone. E per Tasuku, come per tanti, la legge è arrivata tardi, o forse non è arrivata affatto.

La SLA e la specificità di una cura totale

Nel caso della SLA, poi, la condizione del young carer assume contorni ancora più estremi. Non stiamo parlando di una patologia che concede pause: si tratta di una malattia neurodegenerativa progressiva che richiede un’assistenza continua e totalizzante, 24 ore su 24.

La SLA non concede tregua: è una malattia che divora il corpo centimetro dopo centimetro, costringendo chi assiste a una presenza continua, totale. In ospedale servono ore di cura al giorno; a casa, per un ragazzo di diciassette anni, quelle ore diventano un tempo infinito.

I dati ospedalieri nazionali indicano che il 99% dei pazienti affetti da SLA si colloca ai livelli di cura più elevati, 4 e 5, con un’assistenza che richiede mediamente più di tre ore al giorno solo per le attività di base, ben oltre gli standard utilizzati per determinare i normali livelli di bisogno assistenziale.

Tre ore, quando il paziente è in un ambiente ospedaliero attrezzato. Provate a immaginare cosa significhi per un ragazzo di diciassette anni, da solo, dentro casa, con una madre che sta dimenticando come si deglutisce. Il campanello che suona. E suona. E suona ancora.

90 Meters non si trasforma mai in un pamphlet sociale. Nakagawa Shun non denuncia, non pontifica. Racconta, e raccontando ci costringe a vedere tutto questo. Ci obbliga a chiederci quanti Yu ci siano là fuori, in Giappone e forse anche dietro l’angolo di casa nostra. E lo fa senza mai alzare la voce, restando fedele a quella distanza di novanta metri che è insieme condanna e dichiarazione d’amore. Novanta metri che, per troppi adolescenti giapponesi, sono l’unica misura del mondo. Un mondo che la politica sta provando faticosamente a cambiare, ma che il cinema, quando è onesto come questo, aiuta almeno a capire.

Nessuna rabbia, solo un amore incondizionato senza miracoli

Quello che mi ha distrutto, ripensandoci, è l’assenza di rabbia. 90 Meters non accusa nessuno. Parla di un amore che si fa cura, di un figlio che impara a stare accanto senza annegare, di una madre che lotta per restare madre fino all’ultimo istante, anche quando la SLA le ha tolto quasi tutto. E lo fa con una dolcezza che fa male, perché capisci che non c’è soluzione, non c’è miracolo. C’è solo questa distanza, 90 metri, che non si accorcia mai abbastanza, ma che loro due continuano a percorrere ogni giorno, insieme, fino a dove è possibile.

La luce che aveva paura di entrare

La fotografia accompagna questo viaggio interiore con tonalità fredde e avvolgenti, come se anche la luce avesse paura di invadere la casa. E quando scoppia il colore, all’esterno, nei rari momenti di respiro, quasi ti disorienta: ti ricordi che fuori la vita va avanti, e questo è forse il passaggio più crudele e più vero del film.

Non so se avrò il coraggio di rivedere 90 Meters…

Non so se rivedrò 90 Meters. Forse non ne avrò il coraggio. Ma so che non dimenticherò il suono di quel campanello, né il modo in cui Kanno Miho ha trasformato il silenzio in parola, né la determinazione fragile con cui Tasuku si è caricato un peso che nessun ragazzo dovrebbe sopportare. Al FEFF 28 sono passati tanti bei film, ma questo si è preso un pezzo di cuore e se n’è andato senza chiedere scusa. Forse non lo rivedrò mai più. Ma quel campanello, quello sì, continuerà a suonare.

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