C’è un istante, verso la fine di Fujiko, in cui ho smesso di prendere appunti. Le dita sono rimaste sospese sul vetro del cellulare, davanti a quella prima mondiale al Far East Film Festival 28. Non perché il film avesse allentato la presa, ma perché la teneva con tale forza che annotare sembrava un tradimento: come razionalizzare un pugno allo stomaco, o un riff di chitarra che ti entra nelle ossa prima ancora che tu possa decifrarne le note.
Taichi Kimura, lo confesso, non me lo aspettavo. Lo conoscevo come regista di videoclip come i Coldplay, King Gnu, campagne pubblicitarie per brand globali… un autore abituato a pensare per immagini fulminee e impatto immediato. E invece, con Fujiko, si prende tutto il tempo che gli serve. Stende il racconto su poco più di novanta minuti, ma lo fa con una lentezza che non è mai noia: è respiro, è ascolto, è sguardo.

La struttura di Fujiko: un flashback che è anche un atto d’amore verso una madre che decide di non piegarsi
Il film si apre nel 1982. Fujiko (Yuki Katayama) è una venditrice di assicurazioni, e sta cercando di piazzare una polizza a un cuoco d’albergo interpretato da Lily Franky. Lui è stanco, sfuggente, forse spezzato. E in questa cornice minimale, quasi anonima, Kimura piazza il suo colpo di genio: è a quest’uomo sconosciuto che Fujiko decide di raccontarsi. Non a un’amica, non a un familiare. A un estraneo che sembra aver bisogno, quanto lei, di una storia in cui credere.
Il flashback ci riporta al 1977, una notte di tempesta a Shizuoka. Fujiko dà alla luce Mari, e quella che dovrebbe essere una rinascita si trasforma in un incubo domestico. La suocera e la cognata sono figure di una cattiveria che definirei quasi archetipica, ma Kimura non le trasforma in caricature: le filma con l’esattezza di chi sa che il male quotidiano non ha bisogno di essere spettacolare per devastare. La debolezza del marito, la sottrazione della bambina, l’umiliazione sistematica: tutto è reso con un realismo che fa male, perché non concede il sollievo della finzione esagerata.
Eppure, quando Fujiko decide di riprendersi Mari e scappare, il film cambia passo. Da dramma domestico diventa qualcos’altro: un road movie esistenziale, un racconto di sopravvivenza, una commedia nera, un melodramma. Kimura mescola i generi con una libertà che non è incertezza, ma maturità. Sa che la vita non è mai un genere solo.
Il cibo come comunione, la musica come resistenza
Uno degli aspetti che più mi ha colpito è il ruolo del cibo. Non è mai decorativo. Le persone che preparano, offrono o condividono cibo con Fujiko e Mari diventano ancoraggi in un oceano ostile: il burbero chef di soba interpretato da Issey Ogata, la proprietaria del bar Forest (MEGUMI, anche produttrice del film), persino i clienti occasionali di una bancarella. In un Giappone che tratta le donne sole e le madri single con sospetto o disprezzo, questi microcosmi di ospitalità diventano sacri. Kimura capisce che il cibo è un linguaggio: dice “resta”, “sei al sicuro”, “non sei sola”. E lo filma con una tenerezza che mi ha ricordato certe sequenze del miglior cinema di Jūzō Itami.

E poi c’è la musica. Tsuneta Daiki dei King Gnu e Popal Daoud Akira dei Kikagaku Moyo firmano alcuni brani della colonna sonora, e la scelta non è casuale. Il rock e il jazz non sono un sottofondo: sono l’equivalente sonoro della rabbia e della determinazione di Fujiko. La chitarra elettrica entra nei momenti di rottura, di corsa, di sfida, come se la protagonista avesse una band personale che suona la colonna sonora della sua ribellione. Non è un vezzo da regista di videoclip prestato al cinema: è un’intuizione drammaturgica che mi ha ricordato come, nei momenti più duri, siano proprio le canzoni a tenerci in piedi.
Katayama e il cast: volti che non dimentichi
Yuki Katayama regge il film con una performance che è insieme cruda e luminosa. La sua Fujiko è testarda, a tratti sconsiderata, mai vittima compiacente. Sbaglia, inciampa, si rialza. Katayama non cerca mai la simpatia facile: cerca la verità. E quando sorride, dopo tutto quello che ha passato, quel sorriso te lo porti a casa come un piccolo tesoro.
Accanto a lei, un ensemble che non sbaglia un colpo. YOU è una suocera che incarna l’orrore banalizzato del patriarcato: non urla quasi mai, ma ogni sua parola è un taglio. Kayoko Kishimoto, nei panni della madre Chiyo, offre alcuni dei momenti migliori del film, specie in una lite con la suocera che Kimura mette in scena con il ritmo e l’ironia di una faida tra boss yakuza. Lily Franky, nel ruolo di contenimento e rivelazione finale, è il testimone perfetto: l’uomo che ascolta, e ascoltando si trasforma.
Lo sguardo tecnico: macchina da presa, montaggio, scrittura
Sul piano della regia, Kimura opta per una macchina da presa che osserva senza giudicare. La fotografia restituisce una Shizuoka terrosa e viva, lontana dall’asetticità di certe ricostruzioni d’epoca. Le luci sono calde, spesso pratiche, lampade da bar, neon traballanti, fari di automobili nella notte, e contribuiscono a creare un senso di intimità che contrasta con la freddezza dell’ambiente sociale. Parlando proprio con Kimura, abbiamo condiviso e sottolineato entrambi una particolarità del taglio cinematografico: quando la ragazza si trova nella situazione contingente, le riprese sono perlopiù close-ups e prevalentemente effettuate al chiuso tali da rendere ben chiaro il suo annaspare. Quando la situazione migliora e la rete di supporto si espande, si comincia a trovare un’apertura con wide shots.
Il montaggio di Aika Miyake è chirurgico nel gestire la struttura episodica. Ogni capitolo ha un suo compimento emotivo, ma non avverte mai lo spettatore dei cambi di tono: ci scivola dentro, come nella vita. Una sequenza animata verso il finale, che non rivelerò, aggiunge un tocco di poesia visiva che potrebbe stonare in mani meno esperte, ma qui funziona come una pausa necessaria, un respiro prima dell’ultima corsa.

La sceneggiatura, firmata dallo stesso Kimura con la supervisione di Fumie Suzuki Lancaster, è una delle più solide che abbia incontrato in questa edizione del festival. I dialoghi sono affilati, mai didascalici, e la progressione drammatica non conosce tempi morti. Non è un film che vuole insegnarti qualcosa: è un film che vuole raccontarti una storia, con l’urgenza di chi sa che quella storia merita di esistere.
Perché questo film conta
Quello che Kimura mette in scena è un atto di riparazione. Non solo verso sua madre, a cui il film è dedicato, ma verso un’intera generazione di donne che la Storia ha preferito dimenticare. Fujiko non è un film sul passato: è un film su ciò che il patriarcato fa alle donne, ancora oggi, ancora ovunque. La sua forza sta nel non gridarlo mai, ma nel mostrarlo con la precisione di chi conosce la materia.
Alla fine della proiezione, in sala, c’è stato un senso di silenzio prima degli applausi, quasi che la sala si dovesse prendere il tempo di metabolizzare il colpo. Io sono rimasto seduto, gli occhi umidi, ripensando a tutto quello che Fujiko ha passato, che vende assicurazioni e a come certe storie abbiano bisogno solo di qualcuno disposto ad ascoltarle per sentirsi capiti, compresi, ascoltati e accettati. Questo film è una di quelle storie. E Taichi Kimura ha fatto in modo che nessuno possa più voltarsi dall’altra parte.







