C’è un’immagine, nel nuovo film di Giddens Ko, che condensa l’intera poetica del regista taiwanese: un vecchio barbone, interpretato da un magnetizzato Leon Dai, apre un buco nel muro della camera di un adolescente con un solo colpo di palmo. Non è un trucco di regia, non è un effetto speciale gratuito: è la soglia fra il mondo reale e l’universo del wuxia, fra la noia di una periferia taiwanese e il richiamo di una letteratura che per generazioni di parlanti cinesi ha sostituito i fumetti dei supereroi americani. Kung Fu, presentato in concorso al Far East Film Festival 28, è esattamente questo: un passaggio segreto.

Dalla provincia taiwanese al jianghu
Classe 1978, nato nella contea di Changhua, Giddens Ko (pseudonimo di Ko Ching-teng, noto anche come “Nove Coltelli”) è l’incarnazione di un certo ethos creativo taiwanese: romanziere compulsivo capace di pubblicare quattordici libri in poco più di un anno, autore di manga, canzoni pop, programmi televisivi e spettacoli teatrali.
Un poligrafo nell’era dell’iper-produzione culturale, che nel 2001, ancora studente di sociologia alla Tunghai University, postò online il romanzo breve Kung Fu, parte del ciclo Urban Horror Disease. Venticinque anni dopo, quel seme narrativo diventa il più ambizioso film taiwanese del decennio: 300 milioni di nuovi dollari taiwanesi di budget (quasi 9,1 milioni di dollari americani), dieci anni di gestazione, una coproduzione che coinvolge team coreani per gli effetti visivi e le coreografie d’azione.
Sono numeri che in qualsiasi altro contesto produttivo sarebbero ordinari; per l’industria cinematografica taiwanese, rappresentano uno scarto quasi incosciente. Ma d’altronde Ko non ha mai nascosto la sua propensione al rischio: nel 2013, quando il progetto Kung Fu sembrava arenarsi, investì di tasca propria 4 milioni di NTD per realizzare un teaser promozionale, annunciandolo provocatoriamente come il seguito del suo blockbuster You Are the Apple of My Eye (2011). Una mossa da giocatore d’azzardo, perfettamente coerente con un autore che si è costruito una reputazione giocando con i generi come un bambino con i mattoncini.
Decostruire il wuxia, omaggiare il wuxia
La trama di Kung Fu è, almeno in apparenza, quella di una classica origine segreta da fumetto: Yuen (Kai Ko, alter-ego cinematografico del regista fin dai tempi di Apple of My Eye) e Yi (Berant Zhu) sono due adolescenti sfigati, emarginati, bersaglio di bulli e professori. Una notte soccorrono un barbone che viene pestato, e questi si rivela essere Huang Jun, un maestro di arti marziali dai poteri sovrumani. L’addestramento inizia, si unisce a loro la compagna di scuola Jing (Gingle Wang), e il terzetto diventa una sorta di clan marziale improvvisato, votato alla giustizia.
Fin qui, il materiale narrativo sembrerebbe perfetto per un film di supereroi wuxia-masked. E in effetti, nella sua prima metà, Kung Fu è un trionfo di slapstick e citazionismo: Ko saccheggia l’immaginario di Stephen Chow (Kung Fu Hustle è il riferimento più immediato, ma si avvertono echi di Shaolin Soccer nell’uso del ridicolo come arma di rivalsa sociale), omaggia le serie televisive wuxia di Hong Kong, le spade volanti più paccottigliose, e arriva a includere il celebre condor gigante delle trasposizioni di The Return of the Condor Heroes di Jin Yong in un flashback sghembo e affettuoso. C’è persino un tributo all’universo Pili, la compagnia di burattini taiwanese che da decenni tiene vivo il wuxia in lingua hokkien.
In Kung Fu si denota l’esperienza poliedrica di Ko nel campo cinematografico
Ma Ko, e qui sta la sua intelligenza registica, non si limita al pastiche. La sua macchina da presa attraversa i generi con una disinvoltura che è frutto di una maturità conquistata film dopo film: dalla commedia romantica (You Are the Apple of My Eye) all’horror grottesco (Mon Mon Mon Monsters, 2017), dal fantasy sentimentale (Till We Meet Again, 2021) all’action comedy (Miss Shampoo, 2023).
Kung Fu è il punto di arrivo di questa traiettoria, un film che padroneggia i cambi di tono, dall’umorismo più scurrile al melodramma più trattenuto, con la sicurezza di chi sa esattamente quale corda emotiva sta pizzicando. La fotografia di Chou Yi-hsien e il montaggio di Chen Chun-hung costruiscono sequenze d’azione che, pur facendo ampio uso di effetti digitali, mantengono una concretezza quasi tattile: si sente il peso dei corpi, l’impatto dei colpi, la fatica dell’addestramento.
La svolta oscura: quando il genere si rivolta contro se stesso

Poi, nella terza parte, il film compie una mossa che lascia spiazzati. Quello che sembrava un racconto di formazione wuxia-supereroistico si ribalta in un horror biologico, una deriva bio-experiment che mette in discussione l’idea stessa di superpoteri. Non rivelerò i dettagli del colpo di scena, ma è come se Ko prendesse il genere che ama e lo sezionasse con un bisturi, chiedendosi: e se il gongfu non fosse che un abbaglio? Una menzogna?
Chiaro che questa virata è capace a smuovere sentimenti contrastanti… Ma è anche il gesto più autoriale del film: Ko rifiuta la rassicurazione del racconto d’evasione, e trasforma l’omaggio in un’operazione meta-cinematografica. Come a dire: il wuxia è il nostro passato, la nostra infanzia, la nostra mitologia collettiva, ma è anche una costruzione culturale, un artificio. Esattamente come il cinema.
Uscendo dalla sala, mi sono ritrovato a pensare non tanto agli effetti speciali o alle coreografie, quanto a una frase sussurrata da Yuen quasi fuori campo, prima che la terza parte precipiti nell’incubo che, a memoria, faceva concettualmente più o meno così (abbiate pazienza, un po’ reduce da lavoro in sagra a presa con le spinature e un po’ l’orario…): “Forse non siamo gli eroi. Forse siamo solo quelli che ci hanno creduto.”
È una chiave di lettura che ribalta completamente la prospettiva. In un’epoca in cui tutti vogliamo essere speciali, potenziati, virali, il film ci ricorda che la ricerca del potere può diventare una trappola. Ko ci chiede implicitamente: cosa siamo disposti a sacrificare per sentirci straordinari? E cosa succede quando scopriamo che il maestro che ci ha scelti non era chi diceva di essere?
C’è una riflessione più ampia, qui, sul momento che il cinema taiwanese sta attraversando. Negli ultimi anni, l’isola ha prodotto opere che dialogano con i generi popolari senza complessi di inferiorità: dal body horror di The Sadness all’ibridazione fra melodramma e sovrannaturale di Incantation. Kung Fu si inserisce in questo movimento centrifugo, rivendicando il diritto di una cinematografia “minore” (per numeri e mercato) a misurarsi con il fantastico su scala industriale.
Un film di formazione, un autore maturo
Al netto delle ambizioni spettacolari, Kung Fu rimane un film profondamente radicato nell’universo emotivo di Giddens Ko. I suoi adolescenti sfigati, il loro bisogno di appartenenza, la scoperta che il potere, qualsiasi potere, ha un prezzo: sono temi che attraversano tutta la sua filmografia. Anche quando indossa i panni del blockbuster, Ko non dimentica di essere uno scrittore cresciuto nelle province di Taiwan, per cui la letteratura wuxia di Jin Yong, Liang Yusheng e Gu Long era una finestra su mondi più vasti.
Il cast lo segue con dedizione: Kai Ko, nonostante le controversie personali che ne hanno segnato la carriera dopo il successo di Apple of My Eye, ritrova qui un’intensità che non gli si vedeva da tempo, alternando goffaggine adolescenziale e determinazione marziale. Leon Dai, attore feticcio del cinema taiwanese d’autore (da The Puppetmaster a Yi Yi), conferisce al maestro Huang Jun una dignità tragica che ancora il film anche nei suoi momenti più sopra le righe. E Liu Kuan-ting, nel ruolo del villain, compone una figura di cattiveria quasi astratta, un demone che sembra uscito da un incubo wuxia rielaborato in chiave contemporanea.
Epilogo da festival
Vedere Kung Fu a Udine, nel contesto di un festival che da ventotto edizioni mappa le rotte del cinema asiatico, aggiunge uno strato di senso all’operazione di Ko. Il Far East Film Festival è da sempre uno spazio in cui i generi popolari, dal wuxia al J-horror, dalla commedia romantica coreana al noir hongkonghese, vengono presi sul serio, analizzati come prodotti culturali complessi, non come meri intrattenimenti esotici. In questa prospettiva, Kung Fu funziona come una dichiarazione programmatica: il cinema di genere non è un’anticamera del cinema “vero”, ma un linguaggio adulto, capace di ibridazioni ardite e di riflessioni autocritiche.

Non è un film perfetto: l’equilibrio fra la componente comica e quella orrorifica non sempre regge, la durata (127 minuti) potrebbe far storcere il naso a chi si aspetta un intrattenimento più lineare, e il ribaltamento finale rischia di alienare proprio quella fetta di pubblico che aveva amato la prima parte. Ma è un film vivo, che prende rischi, sbaglia a volte per eccesso di ambizione piuttosto che per difetto di coraggio.
Del resto, Ko ha aspettato più di vent’anni per realizzare il suo sogno wuxia. E se il risultato è un’opera così personale, così visceralmente sua che sia nel bene e nel male, forse quei vent’anni sono stati un dono. Kung Fu sarà anche un film sul kung fu, ma è soprattutto un film su cosa significa amare qualcosa, un genere, un immaginario, un’idea di giustizia… abbastanza da metterlo in discussione.






