Ky Nam Inn non è solo un film che si guarda: è un film che si respira, si assapora, si porta addosso come una sciarpa pesante in una sera umida di Saigon, proiettato e visto durante una delle scorse sere del Far East Film Festival 28. E forse è proprio questa la sua magia più grande, e la sua piccola, dolente contraddizione.

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Mi ha colpito subito la storia di quel giovane traduttore, Khang, con il suo esemplare de Il Piccolo Principe da riscrivere in vietnamita. Si trasferisce in una casa comune, e sotto di lui vive Kỳ Nam (interno 1A), una vedova silenziosa che cucina per i vicini. Sembra l’inizio di una storia d’amore delicatissima, e in parte lo è. Ma più guardavo, più capivo che Leon Le, un regista che ha fatto ritorno in Vietnam dopo essere cresciuto in America, voleva raccontare ben altro.

ky nam inn protagonista film vietnam far east film festival 28 feff28 che scrive sulla macchina da scrivere traduzione de il piccolo principe

Lui stesso ha detto, presentandolo al festival, che questo film è una riconciliazione. Tra Nord e Sud del Vietnam. Tra chi ha vinto e chi ha perso la guerra. Trent’anni dopo i fatti, le cicatrici sono ancora lì, e i corpi dei due protagonisti se le portano addosso senza nemmeno saperlo. Kỳ Nam è vedova di un ufficiale del vecchio regime.

Khang è figlio di un mondo che cerca di andare avanti. Eppure si cercano, si sfiorano, si prendono cura cucinando piatti in collaborazione l’uno per l’altra. Ho trovato questa scelta commovente: l’intimità come forma di resistenza al dolore collettivo, senza scendere nello spinto… d’altronde, quando bastano l’essenzialità e la purezza dell’amore, che è invisibile agli occhi, tutto il resto è superfluo.

Difatti, Khang traduce e sottolinea una delle frasi più celebri del libro: “Non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”. In quella frase, mentre la legge, ho capito che non era solo un esercizio di stile. Era il manifesto del film: un invito a guardare oltre le macerie, oltre le uniformi, oltre le etichette di “vincitori e vinti”, per cercare l’essenziale, l’umano, che si nascondeva sotto.

Digressione storica per comprendere al meglio il film: la guerra del Vietnam.

Per capire la forza sorda di Ky Nam Inn, bisogna fare un passo indietro. La guerra del Vietnam non è solo uno sfondo, è una ferita che ancora sanguina. Il conflitto, durato quasi vent’anni, provocò la morte di quasi un milione e mezzo di soldati del Nord e del Sud, 58.000 soldati americani e un numero incalcolabile di civili. L’uso di armi chimiche come l’Agente Arancio ha continuato a uccidere e mutilare ben oltre la fine delle ostilità.

Il film è ambientato nel 1985, dieci anni dopo la caduta di Saigon del 30 aprile 1975, la battaglia finale che pose fine alla guerra e diede il via alla riunificazione del Vietnam sotto un unico Stato socialista. Quella data è il punto di non ritorno: per il Sud fu l’inizio di un esodo di massa e di una serie di persecuzioni.

Migliaia di persone legate al vecchio regime, soldati, intellettuali, religiosi, funzionari vennero mandate nei cosiddetti “campi di rieducazione”, veri e propri gulag dove si moriva di stenti e malattie. Quelli che riuscirono a fuggire divennero i primi boat people della storia, affrontando un mare di pirati, fame e morte nel tentativo di raggiungere un futuro migliore, spesso senza riuscirci.

Il personaggio di Kỳ Nam incarna perfettamente questo dramma: è una “reliquia del Sud sconfitto”, la vedova di un ex ufficiale dell’esercito del Vietnam del Sud, una donna costretta a convivere silenziosamente con il proprio lutto e lo stigma di aver perso la guerra. Lei non è fuggita, ma è rimasta, e la sua sopravvivenza quotidiana è un atto di resistenza silenziosa contro l’oblio.

Un bagno di luce e silenzi

Non posso negarlo: a tratti mi sono perso nella bellezza del film. Le immagini girate in 35mm hanno una consistenza quasi tattile, l’olio che frigge nella padella sembra luccicare vero, il volto di Đỗ Thị Hải Yến (Kỳ Nam) è un quadro di struggente malinconia. La fotografia è talmente ricca che a volte mi sono sorpreso a pensare “basterebbe fermare l’inquadratura e appenderla al muro”. E forse è lì il piccolo scoglio che ho incontrato: ogni tanto mi sembrava che la regia amasse talmente tanto i suoi colori da dimenticarsi di far respirare la storia.

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Ma è una critica che faccio con affetto, perché in fondo Ky Nam Inn non vuole essere un film velocissimo. Vuole essere lento come una sera d’estate a Ho Chi Minh City. Vuole farti sentire il peso delle parole non dette. Vuole che tu ti sieda accanto a quei due personaggi e aspetti, con loro, che qualcosa accada. E quando accade, un gesto, uno sguardo, una mano che si posa su una spalla, ti prende allo stomaco con una forza inaspettata.

È un approccio che trova la sua summa in un’altra celebre citazione del libro che Khang sta traducendo: “È il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante”. Non è la grande scena d’amore, non è il bacio, non è la dichiarazione eclatante. È il tempo speso insieme in silenzio.

In Ky Nam Inn c’è un’interpretazione che mi ha spezzato il cuore

Devo parlare di Đỗ Thị Hải Yến. È un’attrice che era sparita dalle scene per anni, e rivederla qui è stato come ritrovare un’antica amica che ha sofferto in silenzio. La sua Kỳ Nam non alza mai la voce, non piange mai in modo plateale. Ma nei suoi occhi c’è tutto il dolore di un paese che ha perso la guerra e poi ha dovuto imparare a convivere con i vincitori, giorno dopo giorno, nel mercato e nelle scale della propria casa.

Accanto a lei, Liên Bỉnh Phát è la giovinezza che ancora osa sperare: il suo Khang è timido, gentile, eppure ferito a sua volta. Insieme formano una coppia che non ho mai visto urlare, e proprio per questo mi hanno gridato dentro più di mille scene madri.

Negli ultimi minuti del film ho rischiato di perdermi, ma è un difetto che ripaga

Se devo essere onesto, c’è un momento in cui il film ha rischiato di perdermi. Negli ultimi minuti, una voce fuori campo inizia a spiegare tutto, il significato del legno d’incenso, la metafora della ferita che produce la resina più preziosa, i legami tra i personaggi e la storia del Vietnam.

Per me è stato un peccato. Per tutto il tempo avevo assaporato quella delicatezza, quei silenzi che mi lasciavano spazio per pensare, sentire, immaginare. E poi all’improvviso qualcuno mi ha preso per mano e mi ha detto “guarda, è così che devi interpretare”. Avrei preferito restare un po’ nel mistero, come si resta in una stanza semibuia dopo che il film è finito, senza bisogno di accendere tutte le luci.

Ma è un difetto che perdono volentieri, perché il resto del film mi ha regalato qualcosa di raro: l’impressione di aver vissuto per due ore dentro una fotografia antica, in un Vietnam che non c’è più, tra persone che cercano di curare le proprie ferite semplicemente stando vicine.

Film patinato, ma gradevole

Non so se Ky Nam Inn piacerà a tutti. Qualcuno lo troverà troppo lento, troppo patinato, troppo denso di profumi e colori da cartolina. Ma io l’ho amato proprio per questo: per essersi preso il tempo di raccontare la fragilità senza gridarla, per avermi fatto innamorare di una Saigon che non ho mai visto, per avermi ricordato che a volte le cose più preziose nascono proprio dalle crepe.

ky nam inn protagonista film vietnam far east film festival 28 feff28 con ky nam

Eppure, quella citazione della volpe, quella che Khang ripeteva sottovoce nel film, mi è tornata in mente proprio mentre uscivo dalla sala: “Non si vede bene che col cuore”. Forse il finale didascalico è un difetto, sì. Ma il resto del film mi aveva già insegnato a guardare oltre, a vedere l’invisibile. Ky Nam Inn mi ha regalato qualcosa di raro: l’impressione di aver vissuto per due ore dentro una fotografia antica, in un Vietnam che non c’è più, tra persone che cercano di curare le proprie ferite semplicemente stando vicine, silenziose, e, se permetti, con il cuore. Esco dal cinema con il profumo del legno di agarwood addosso. E non voglio lavarlo via.

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