C’è una leggenda tramandata nel settore di produttori di insegne al neon. Si narra che questi meravigliosi e luccicanti capolavori d’artigianato sono vive. È insito un “genio”, come quello della lampada, solo che è su di una affissione luminosa. Se si esprime di fronte a loro un desiderio, e questa lampeggia, allora si avvererà.

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A light never goes out parla proprio di questo settore. In competizione al Fat East Film Festival 25, è ambientato nella sfavillante citta di Hong Kong. Un po’ di decadi fa, nei mitici anni ’80, la cittadina nel sud-est della Cina, era immersa in questo splendore al neon.

Dopo però un po’ di anni, sappiamo tuttavia che hanno cominciato ad essere smontate, perché magari diventate obsolete, con più dispersione energetica rispetto alla soluzione a LED, oppure perché affisse in punti dove sorgevano nuove strutture o poste in contesti pericolanti.

A light never goes out è più di un semplice film: è un tributo per gli Artisti.

Il film ci fa scoprire il mondo che si cela dietro a tubi di vetro piegati a calore da sapienti artigiani, poi riempiti di gas e materiali con diverse cromie. Tutto questo lo scopriamo attraverso la storia di Mei-hsiang, la moglie di Bill, il defunto marito artigiano appassionato sin da giovane a questo mondo, e di cui poi ne aveva fatto un lavoro.

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La moglie, non accettando la morte del marito, desidera fare qualcosa che renda giustizia a tutto il suo operato: decide quindi di riprendere le redini dell’azienda, riservata in praticamente un abbastanza ampio spazio affittato. Quando la donna si reca lì, si accorge che, seppur disti settimane dalla morte del marito, i tubi che ritrova in lavorazione erano ancora caldi. Tornandoci, ad accogliere la sua presenza un simpatico volenteroso e ragazzo, Leo, che si rivelerà essere stato l’apprendista di Bill.

Assieme, cercano di riprendere in mano l’azienda, con diverse difficoltà che si frapporranno lungo la storia, come ad esempio dei debiti da sanare, e l’effettiva mancanza di fondi per riprendere l’attività. Qui, spunterà nella mente di Leo, desideroso di mantenere vivo il ricordo del suo insegnante, l’idea di lanciare un crowdfunding.

L’obiettivo sarà quello di esaudire il sogno di Bill: ricostruire una insegna alla quale ci era particolarmente legato, che è stata demolita. Parte infatti una frenetica ricerca in giro per la cittadina, con una mappatura locale per locale, alla ricerca delle insegne mancanti e quelle che potrebbero essere a modo loro compatibili. Ci riuscirà? Scopriremo anche quale ed il motivo che lo spinge a farlo?

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Il girato è interamente fruibile e cala lo spettatore, letteralmente, nella storia narrata. Prezioso denotare che si tratta di una storia vera, ovviamente romanzata. Le inquadrature sono perfette e coerenti, dedicandoci anche qualche scena appartenente al passato. Il cast maneggia ed utilizza ottimamente i materiali: dietro ci sono infatti i protagonisti viventi, che danno una mano, istruiscono ed affiancano gli attori dietro al sipario. C’è cura anche nella scelta del titolo che, oltre al fatto di mantenere la “luce” di Bill viva, è un chiaro riferimento ad una canzone degli The Smiths: There is a Light That Never Goes Out, degli anni 90.

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